Storie da ultras

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STORIE DA ULTRAS

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Dopo la pubblicazione del documentario girato con gli Ultras Brescia 1911 da Le Iene, Storie Da Ultras propone uno speciale riguardante la vicenda di Paolo Scaroni, tifoso bresciano ridotto in coma dalle manganellate della polizia veronese dopo la partita Verona – Brescia del 24 settembre 2005. La vicenda ha dell’incredibile e dimostra quanto la divisa, purtroppo, permetta ad alcuni imbecilli esaltati di sfogare le proprie frustrazioni senza subire conseguenze. Vengono pubblicati due articoli tratti da “BresciaOggi” del 5 gennaio 2006: essi riportano quanto emerso dalla conferenza stampa indetta congiuntamente il giorno precedente dagli Ultras Brescia 1911 e dai familiari di Paolo. Dal resoconto dei fatti e dalle testimonianze dei presenti emerge un comportamento criminale ed inquietante da parte di alcuni componenti delle Forze dell’Ordine – incluso il questore di Verona -, sul quale la “libera” informazione di massa italiana ha sempre taciuto e/o riportato versioni confuse e monche. Il terzo ed ultimo documento è una lettera aperta degli Ultras Brescia 1911 che chiede giustizia e verità. In fondo al post è linkato un sito interamente dedicato alla vicenda di Paolo.

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Da “Bresciaoggi” del 5 Gennaio 2006

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IL TIFOSO FERITO.
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Le accuse pesanti della Nord per gli incidenti a Verona: «Picchiati dalla polizia» «Vogliamo giustizia per Paolo» Il legale della famiglia: «Aspetti inquietanti. La stazione era deserta» Gli ultras revocano lo sciopero del tifo: «Né per la squadra nè per la società ma per i ragazzi che sono stati picchiati e umiliati»
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Per loro ha il sapore dell’imboscata, del pestaggio pianificato e studiato a tavolino. Per i ragazzi della Curva Nord-Brescia 1911 non c’è altra spiegazione: il 24 settembre alla stazione di Verona sono stati volutamente massacrati, c’era un vero e proprio piano di guerra e gli agenti di polizia lo hanno messo in atto senza guardare in faccia a nessuno. Per gli ultras della curva Nord a Verona si è consumato un vero e proprio massacro: a farne le spese è stato Paolo Scaroni, 29enne di Castenedolo, ancora in ospedale nel veronese dopo due mesi di coma. Accuse pesanti. Pesantissime. Accuse da brivido quelle mosse ieri dai ragazzi del gruppo Brescia 1911 nella loro sede di via Metastasio in una conferenza stampa a cui hanno partecipato anche i familiari di Paolo. Accuse nei confronti di chi quel sabato aveva il compito di gestire l’ordine pubblico: accuse alla polizia e al funzionario in servizio. Accuse accompagnate da una serie di filmati girati con i telefonini in stazione («la telecamera me l’hanno sfasciata appena l’hanno vista» ammette il “regista” dei tifosi, incaricato di girare sia in casa che in trasferta»), dalle testimonianze di chi era presente e dai primi risultati delle indagini difensive, definiti «inquietanti» dall’avvocato Ennio Buffoli dello studio Alessandro Mainardi. Accuse che la questura scaligera non commenta: «C’è un procedimento penale in atto – spiega un portavoce – sarà il magistrato ad esprimersi sull’accaduto». La procura di Verona sulla vicenda ha aperto, subito dopo l’incidente, un’inchiesta a carico di ignoti e le indagini proseguono. Il pm Pier Umberto Vallerin ha incaricato il medico legale Zeno De Battisti di effettuare accertamenti per individuare la natura delle ferite riportate alla testa da Paolo. L’avvocato Alessandro Mainardi, difensore storico della tifoseria della Nord, e incaricato ultimamente anche dalla famiglia Scaroni, nel frattempo non è rimasto con le mani in mano. Il 23 dicembre, come ha spiegato ieri l’avvocato Buffoli, è stato presentato un esposto alla procura di Verona, in cui sono raccolte le testimonianza di 22 tifosi presenti il 24 settembre in stazione. Testimonianze che l’avvocato considera importanti, ma che potrebbero essere ulteriormente arricchite e proprio per questo motivo lancia un’appello alle persone che possono aver visto qualcosa quella sera in stazione. L’avvocato ha anche presentato richiesta al pm perchè Giovanni Scaroni, il papà di Paolo, venga nominato dal gip curatore speciale del figlio, in modo che possa essere presentata una denuncia- querela da parte del ragazzo. Per l’avvocato, come detto, dalle prime indagini difensive emergono degli aspetti inquietanti. «Perchè la stazione di Verona – ha detto l’avvocato Buffoli – era completamente deserta? È una coa normale o rientrava in un piano preciso? Ed è normale che i poliziotti indossino le maschere antigas anche se non ci sono disordini?». «Pare anche che il funzionario responsabile dell’ordine pubblico – ha proseguito il legale – in occasione di altre partite abbia avuto problemi molto simili». Resta ancora da chiarire la chiamata fatta dalla polizia al 118 che chiede un’ambulanza per Paolo in codice giallo, mentre quando i medici arrivano cambiano subito in codice rosso. Inquietante, sempre secondo gli ultras, anche la versione della questura veronese. Il giorno dopo l’incidente da Verona si tende a parlare di «fuoco amico»: Paolo potrebbe essere stato colpito da un sasso lanciato dai suoi amici in direzione dei poliziotti. Sempre nella versione della questura si parla di una sola ferita di 5 centrimetri quadrati, compatibile con le dimensioni di un cubetto di porfido. Ma nel referto del pronto soccorso, esibito ieri dai familiari di Paolo, si parla di un «trauma cranico grave da ripetute percosse». I medici che hanno operato Paolo hanno parlato ai familiari – come spiegato ieri da Milva Cerveni, autorizzata dai genitori di Paolo – di un «grosso ematoma interno asportato, ma non compatibile con una ferita causata da un sasso». Un contribuito alle indagini potrebbe venire dalle immagini amatoriali girate in stazione con i cellulari e mostrate ieri pomeriggio nel corso della conferenza stampa. La visione non è nitida e anche l’audio lascia a desiderare, ma, come ha voluto precisare Diego Piccinelli, leader storico della Curva Nord, si percepisce che «non c’è scontro, ma solo una carica immotivata da parte della polizia». In effetti le immagini mostrano i vagoni ferroviari invasi dal fumo dei lacrimogeni, si respira la concitazione del momento, il crescendo del linguaggio, si sentono paura e rabbia. Si vedono i ragazzi che vomitano sui binari, non si vede – nelle immagini mostrate (che potrebbero anche essere limitate, per essere obiettivi, solo a un’area della stazione) – alcuno scontro, ma i poliziotti armati di manganello e alcuni che dal gruppo lanciano sassi in direzione dei tifosi. Si sentono i tifosi urlare “tirano i sassi, chiudiamo tutto”. E poi ci sono le immagini delle ferite, delle echimosi: c’è pure una tifosa, una donna, che mostra un ematoma molto vasto sul seno. Gli ultras lanciano accuse e chiedono giustizia. E sono pronti a revocare lo sciopero del tifo. Sabato i tifosi della Curva Nord saranno a Verona. «Abbiamo deciso di tornare a fare le trasferte – ha spiegato Piccinelli -. Avevamo detto che non saremmo più andati fuori casa, finchè Paolo non fosse tornato a Brescia e nei giorni scorsi è tornato per un po’ a casa. Quello che è successo a lui poteva succedere a chiunque e non deve più succedere. Torniamo allo stadio per Paolo e per gli altri ragazzi picchiati e umiliati, non per la squadra, per i campioni e men che meno per la società». Di nuovo allo stadio per fare il tifo, ma anche per continuare a urlare «Paolo sempre con noi».

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Da “Bresciaoggi” del 5 Gennaio 2006

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LE TESTIMONIANZE (Bresciaoggi del 5 gennaio 2006)
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«Ci hanno massacrato. C’erano anche ragazze e papà con i bambini»
Erano in un migliaio in stazione a Verona il 24 settembre. Tanti amici di Paolo, tanti giovani, ma anche anziani e ragazzi, bambini in trasferta con mamma e papà. Perchè la «fede» non ha età. Ieri hanno voluto raccontare la loro verità, rivivere le due ore passate in stazione tra l’odore acre dei fumogeni, che chiude la gola, inchioda lo stomaco e acceca la vista.
«Ero con Paolo – racconta Diego di Castenedolo -, andavamo sempre insieme alla partita. Ero lì vicino e vedevo che si stava spegnendo. È stato terribile. Paolo ha rischiato di morire e l’ambulanza è arrivata dopo venticinque minuti. Chi lo ha picchiato deve vergognarsi, deve pagare per quello che ha fatto».
A raccontare quel sabato pomeriggio di follia c’è anche Mauro, pure lui di Castenedolo, pure lui amico di Paolo. «Ho visto un ragazzo in terra con quattro o cinque poliziotti addosso che lo picchiavano in testa con i manganelli. Probabilmente era Paolo – racconta Mauro -. Dopo qualche minuto l’ho incrociato, si era rimesso in piedi, ma non aveva una bella cera: “Mauro ho preso un sacco di botte”, mi ha detto. E poi ha cominciato a muovere la testa da un lato all’altro. Stava male. Lo abbiamo appoggiato a una panchina e continuavamo a chiedere alla polizia di chiamare un’ambulanza, che uno di noi stava male. Alcuni amici gli facevano aria, cercavano di dargli lo spazio per respirare, ma Paolo stava sempre peggio. I poliziotti non sono nemmeno venuti a vedere se era qualcosa di grave. E l’ambulanza non arrivava mai. L’abbiamo chiesto più volte alla polizia, ma loro rispondevano “Adesso arriva, adesso arriva”. Non si sono avvicinati nemmeno quando c’erano i medici. Quando l’ambulanza è ripartita, hanno aspettato che fosse lontana una decina di metri e hanno ripreso a caricare».
In stazione c’era anche Roberto, padre di famiglia che a Verona era andato con la figlia di tredici anni, il figlioletto Mattia, che di anni ne avrà una decina, e un altro figlio di sette. «Ero sul primo vagone con Mattia, l’altro bambino, mio nipote, mio fratello e un signore anziano. Mia figlia aveva fame e era scesa da sola per andare a prendere qualcosa al bar. L’inferno – racconta Roberto – è scoppiato di colpo. Nel vagone hanno sparato un lacrimogeno, senza che nessuno facesse nulla. Non riuscivamo a respirare, Mattia si sentiva male e l’ho dovuto prendere in braccio. Per cercare una via di fuga siamo scesi dal treno dalla parte opposta e abbiamo attraversato i binari, è questa l’invasione dei binari di cui ci accusano. Cercavamo solo di scappare e respirare. E con il pensiero a mia figlia da sola, in quel finimondo». E poi c’era Chiara: «Siamo scesi sulle rotaie perchè era l’unica via di fuga, era l’unico modo per continuare a respirare».
Sul vagone c’era anche Walter, 64 anni di Castenedolo, anche lui amico di Paolo. «Sono stato uno dei primi ad arrivare in stazione a Verona e sono salito sul treno. Era tutto calmo, ma ho visto i poliziotti infilare la maschera antigas e ho pensato “qui succede qualcosa di brutto” e mi sono fatto sempre più piccolo sul sedile, perchè ero spaventato. A un certo punto hanno sparato un lacrimogeno nel vagone: siamo dovuti scendere dalla parte opposta, stavo male. È da 40 anni che vado in trasferta, ma una cosa così non l’avevo mai vista. È stato terribile, ma sabato andrò a Cremona con tutti gli altri. Lo faccio per Paolo».

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Lettera aperta della Curva Nord Brescia ( 22 novembre 2005)

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Ill.mo Ministro degli Interni, Dott. Pisanu
p.c. Prefetto di Brescia
p.c. Questore di Brescia
p.c. Presidente della Provincia
p.c. Sindaco di Brescia
p.c. Sindaco di Verona
p.c. stampa e tv
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Quasi due mesi fa, esattamente sabato 24 settembre 2005, alla stazione Porta Nuova di Verona, i circa mille sostenitori bresciani, che avevano seguito il Brescia in quella importante trasferta, al momento di prendere il treno che li avrebbe riportati a casa si trovarono a subire più di due ore d’inferno, sottoforma di violenza INGIUSTIFICATA da parte delle forze di polizia. In quelle ore si susseguirono continue cariche, condite dal lancio di lacrimogeni ad altezza d’uomo, spray urticante spruzzato negli occhi, pestaggi deliberati verso ragazzi e uomini inermi ed inerti, donne indifese, bambini terrorizzati, lancio di pietre contro i finestrini del treno su cui si erano rifugiati i tifosi nel tentativo di salvarsi la vita. Tutto ciò senza la minima giustificazione ed il minimo accenno di reazione dei malcapitati bresciani. Quasi tre ore dopo il treno ripartì colmo di PERSONE con braccia fratturate, nasi sanguinanti, schiene livide, teste ferite e contuse dagli sfollagente.

Mille persone che tornavano a casa con gli animi scossi, ma consapevoli di aver rischiato la vita e quindi sollevate per sentirsi finalmente fuori da quell’inferno…mille bresciani…mille tranne UNO: Paolo. Quella sera Paolo si trovava a lottare per la vita in una sala operatoria dell’ospedale di Verona; in stazione era stato selvaggiamente picchiato alla testa dagli agenti, aveva perso i sensi poco dopo ed era rimasto agonizzante per più di venti interminabili minuti perché le stesse forze dell’ordine esitavano a chiamare i soccorsi, di fatto ignorandolo, mentre la sua emorragia intra-cranica si aggravava, rendendo la sue condizioni disperate.
Dopo quasi due mesi Paolo non è ancora tornato, dopo quasi due mesi Paolo è ancora in coma, dopo quasi due mesi i medici che lo stanno curando con grande professionalità non sanno se vivrà, se uscirà dal coma, in che condizioni uscirà dal coma.

In questo periodo i familiari di Paolo hanno dovuto fare i conti, oltre che col dolore e la preoccupazione per un caro in condizioni critiche, con notizie false che dipingevano Paolo come un teppista, come uno che se l’era cercata.

Noi che siamo i suoi amici siamo stati colpiti dall’incredibile calunnia di essere i responsabili di quanto successo (accusati falsamente di aver lanciato sassi e di aver colpito Paolo); calunnia ancora più grave perché arrivata dalle istituzioni nella persona del Questore di Verona attraverso alcuni (non tutti) organi di stampa compiacenti e servili. Eppure la verità (o quantomeno le palesi contraddizioni fra le varie dichiarazioni rilasciate) era sotto gli occhi di tutti, bastava volerla leggere!
Tutti ci siamo resi conto che spesso i media hanno snobbato l’accaduto limitandosi a riportare freddi quanto scandalosi comunicati Ansa, mentre in certi casi hanno gettato confusione nelle menti della gente comune mostrando filmati che nulla avevano a che fare con i fatti della stazione e spostavano l’attenzione dai veri responsabili di quel massacro.

Ci troviamo quindi costretti ancora una volta, con questa lettera e tante altre iniziative, a richiamare l’attenzione su quel maledetto 24 settembre, perché non finisca tutto nel dimenticatoio, perché la verità diventi di dominio pubblico, perché i responsabili paghino i pesanti REATI commessi. O quantomeno vengano fermati perché sono pericolosi.

Perché Paolo è stato massacrato solo perché indossava una sciarpa biancoblu e aveva deciso di seguire la sua squadra! Perché alla stazione di Verona si è perpetrato un massacro di gente indifesa senza la minima motivazione! Perché nessuno, tranne noi, ha segnalato che l’ambulanza che ha soccorso Paolo e fu chiamata dalle forze dell’ordine arrivò senza sirene con un codice GIALLO-2 (nulla di grave!), quando invece tutti i presenti avevano capito la situazione disperata (l’ambulanza ripartì col codice di massima gravità ROSSO-3)!

E allora ci poniamo alcune domande. E’ libero un sistema d’informazione che, quando un errore di tale portata è commesso dalle istituzioni, fa scendere sull’accaduto una coltre di confusione, omertà e mancato approfondimento? E’ libero un sistema d’informazione che non denuncia le falsità (evidentemente contradditorie) dette da un personaggio che rappresenta o dovrebbe rappresentare le istituzioni pubbliche (il referto di pronto soccorso “trauma cranico da ripetute percosse”, smentisce la tesi del sasso lanciato dai tifosi)?

In ogni caso noi non vogliamo sottrarci alle nostre responsabilità: se saranno dimostrati errori da parte nostra, pagheremo per questi; ma non dimentichiamo che nulla può giustificare il massacro fisico e morale a cui sono stati sottoposti ragazzi, donne, bambini ed anziani.
Perché il sindaco di Brescia e il Presidente della Provincia non si sono interessati per fare chiarezza sugli abusi e le violenze subite da cittadini BRESCIANI? Perché nessuno tra i giornalisti e i politici bresciani è andato a trovare Paolo, a parlare con i suoi familiari, a verificare di persona cosa gli fosse successo? (Forse perché dei bresciani conta solamente il voto? Ce lo ricorderemo!) Perché quando sbagliano gli Ultras la burocrazia è velocissima e le condanne colpiscono i presunti colpevoli ancor prima di essere processati, mentre quando sbaglia un rappresentante delle istituzioni la giustizia è sempre molto lenta o addirittura inesistente?

Istituzioni, mass media, politici, magistrati hanno il dovere di rispondere a queste sacrosante domande! E’ l’unico modo per sgretolare l’omertoso muro di gomma eretto davanti alla verità, è l’unico modo per fare giustizia e dare a Paolo un’ulteriore forza per risvegliarsi e recuperare.

L’ultima riflessione va a coloro che potrebbero far valere la propria posizione, qualunque essa sia, per avvicinare la verità: pensate se in quel letto di ospedale ci fosse vostro figlio, pensate se in quella sala d’aspetto del reparto di Terapia Intensiva ci foste voi, pensate alla sensazione di impotenza nel vedere dimenticata dall’opinione pubblica la sofferenza di vostro figlio, o, peggio ancora, nel leggere notizie false sui giornali. PENSATECI, e su questi presupposti fate un esame di coscienza. Per una vicenda simile vale la pena rischiare qualcosa di proprio!!!

PAOLO SEMPRE CON NOI, DENTRO DI NOI!

Gli amici di Paolo

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***Per chi volesse saperne di più***

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http://www.inventati.org/giustiziaperpaolo/ – Documenti e file multimediali sulla vicenda di Paolo

Storie da ultrasultima modifica: 2007-12-13T18:25:00+01:00da ultrasgros
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